| Il Padre Siccia |
|
|
|
Interlocutori:Padre SicciaPipuzzoCamera del Padre Siccia con porta chiusaPadre Siccia Sentimi… Pipuzzo A questo prezzo ascoltarvi non posso. Padre Siccia Io ti scongiuro per quel ch’ài di più caro, anima mia, compiàcimi. Pipuzzo Di che? Padre Siccia Che tu m’ascolti, che mi lasci parlar: sì, questo almeno concedimi, e dipoi dimmi, libero sei, quel che mi voi. Pipuzzo Lo permetto, ma prima àprasi quella porta. Padre Siccia E l'esser chiusa qual'ombra ti darà? Pipuzzo Camera è questa di monaco: noi soli, voi frate, io giovinetto, e non volete che mi dia sospetto? Padre Siccia Quanto sei scrupoloso! Io non approvo cotanta austerità. Pipuzzo Sensi son questi, che voi saggio Maestro, m'insegnasti finor. Padre Siccia Si, lo confesso, ma usarli ancor con me, quest'è un eccesso. Orsù, siedi per poco, ed attento mi ascolta. Ah! Perché mai t'arrossisci nel viso e stupito mi guardi? Hai tu si puoche prove di me, che dir ti possa mai cose di tuo spiacer? Sentimi, e quieta il commosso tuo spirto, e lieto attendi a quanto io ti dirò… Dimmi (ti è noto, negar nol puoi) se ti ricordi… Ah parmi ieri, e pur son tre lustri! quando su queste braccia mi crescesti bambin? Pipuzzo Tutto rammento. E mi sembra pur or: sugl’occhi ho ancora quanti teneri baci m’imprimeste sul viso con quei tumidi labbri, ed ogni bacio rammento ancor, ch’era sì lungo e greve ch’io mi sentiva il fiato dai polmoni tirar: rammento ancora le carezze, e la mano che in braccio mi tenea, sempre del mio culo le natiche a palpar… Padre Siccia Ah per la gioia mi sento morir! Godo che tutto rammenti a parte a parte. Pipuzzo E ben, per questo? Padre Siccia Sentimi, figlio, e lascia dirmi il resto. Già ti rammenti adunque quai principii ha il mio amor; sin dalle fasce conobbi ed ammirai queste belle sembianze. E forse errai? (lo accarezza) Pipuzzo Ma, padre mio, che giova, ridirlo, se lo so? Padre Siccia Scrupoli? Addio, (s'alza) non parlo più. Così finir la lite dovea, io lo previdi. Pipuzzo E via, seguite.{mospagebreak} Padre Siccia Crescesti, e così fino (siede) così amabile e grato, ch’io, se lo vuoi saper, sera e mattino aveva tentazion per quel tondino; e ottener lo potea; tanta in quel tempo sopra il tuo cor d’autorità tenea. Ma la tua nol permise tenera età, ma che poteva allora se fraschettino insano di latte ti fetea la bocca e l’ano? Or mentre in questo stato tempo aspetto miglior, ecco a lasciarti costretto io parto. Ah chi ridirti allora potrebbe il mio dolor? In queste arrivo etnee contrade, e qui il soggiorno ho fisso. Qui chi può dirti quanto ho sofferto sinor? La rete stendo su i migliori, e li prendo. Io della preda contento esulto; non sapea meschino il nuovo stil di questi ingrati bardassoni. Al primo aspetto affabili ed amici li trovo, me gli accosto, e poi, secondo il mio costume usato, m’insinuo a puoco a puoco: qual son mi svelo, non trovai durezze anzi proclività: navigo in porto, dicea tra me. Così la mente io pasco di future speranze. Ardo frattanto di libidine ognor; un detto, un cenno or dubbio ed or palese dimostro; or colla mano palpo, accarezzo, insisto: anzi di loro me ne stuzzica ognun, m’istiga. Allora replico i colpi, e m’abbandono. Indegni! Potresti mai supporti nel vederli sì affabili ed umani, poi nel miglior scapparmi dalle mani? Senza profitto adunque buggiaron mi divulgo, e da per tutto va la garrula fama ripetendo il mio nome: e nasce a ognuno di vedermi il prurito, e son da tutti dimostrato a dito. Miser, che far potea? Fu mia ventura l'esser monaco allor, che di lor baie alzando al teschio toso la duplice cuculla chiudea l’orecchie e non sentiva nulla. Quindi, escluso da lor, volgo la mente all’infima plebaglia. Il mio costume, o la necessità fosse, o il desio, con poch’esca vi arriva, e tirai ognor dei buoni pesci a riva. Un frutto, un pomo, un fico, o noce dura io v’impiegava, ma con molta usura. Fra cotanta abbondanza lieto io vivea quasi in mio centro, e il cazzo altro d’allor non feo che pascersi ogni dì, di cul plebeo.{mospagebreak} Pipuzzo Voi m’avete confusa la mente, o Padre Siccia, il pelo a tanto orror già mi s’arriccia. Padre Siccia Come? T’arriccia il pel? Forse che udisti draghi, leoni colle fauci orrende venirti a divorar? Oh se sapessi ciò che al mondo si fa, ti sembrerebbe questo ch’or ti spaventa o niente affatto, o pure leggerissimo mal. A chi si ruba? Chi mai s’uccide? A cui la fama si detrae? Eh via confessa, persuàditi, o figlio, regola da più grande il tuo consiglio. Pipuzzo Terminate il discorso. Padre Siccia Ecco che visto o notato vi son. Si sa per tutto la mia tresca lasciva, e quanto io futto, questo fu un nuovo inciampo per me: che nol sapesse il mio Provincial temo e pavento. Né invan; poiché l’udìo da penna monacal: volea ridurmi. in paese lontano. Io, frapponendo amici e protettor, lo sedo a patto ch’io più non praticassi l’usate porcherie (così chiamando l’innocente piacer). D’allora in poi mi son vissuto oscuro, spargendo sempre la midolla al muro. Ma eccoti gli effetti del provvido destin, ch’ebbe pietate di me: venisti tu. Ah così bello! Fuor d’ogni mia speranza sorpreso ti mirai, che, allor Pipuzzo giunse al mio naso del tuo culo il puzzo. Queste fur le cagioni per cui sempre geloso t’ho guardato finor; come preziosa gemma ti custodii, ch’altri non voglia rapirmela di man. D’insidie occulte t’ho scampato e difeso. Io t’insegnai come evitar dovresti dei compagni malvagi le pratiche funeste, e conservarti in queste illibato il tuo cuor, come guardarti dai lupi frappatori, i quali tutto il giorno biechi e maligni ti si fanno intorno. Vedesti il mio gran zel: fuggi, ti ho detto, fuggi ciascun di lor, Pipuzzo amato, per farti cibo del mio sol palato.{mospagebreak} Pipuzzo A chi? Siete in error. Padre Siccia Sarebbe questo per me forse un delitto di lesa maestà? Pipuzzo Non lo farei, a costo di morir. Padre Siccia Codesta ammiro tua gran severità: ma tu non sai che maggiormente innamorar mi fai? Pipuzzo Ed io… Padre Siccia Che mal vi fosse? Pipuzzo E ad usar m’indurreste cotanta oscenità, né arrossireste? Padre Siccia E che perciò? Pipuzzo Io nel pensarvi solo gelo d’orror Padre Siccia L’apprensione, o figlio, ingrandisce gli oggetti, e dove mai non fur, nascer li fa. Uno sfogo onesto fra dei teneri amici chi mai lo proibì? Siam orsi o lupi o selvatiche belve? E pur entro le selve ancor s’annida genio, amore e piacer, e tu non vuoi, e ti fa orror perché si trova in noi?{mospagebreak} Pipuzzo Se questo è ver, perché l’andare al tondo vietano le leggi, e lo detesta il mondo? Padre Siccia Sempliciotto che sei, né fino ad ora ti sei avveduto ancor che in apparenza si vuol così ma che spiando addentro frate non troverai, né sacerdote che al cul non scioglierà supplici note. Pipuzzo E si pecca sì franco? È un simil fallo empio, atroce e nefando… Padre Siccia Oh che follia! Taci, perché non sai la Teologia. Questa sì bella usanza da Sodoma abbruciata fu sodomia chiamata: ma perché sia peccato io non capisco ancor. Sì: l’adulterio è tale che sia dal ciel punito, la fede coniugale viene a tradirsi allor. Sta il gran peccato espresso nell’accoppiarsi insieme diversità di sesso [28]; ma se si sparge il seme tra l’uomo e l’uomo istesso, che ciò non <sia> permesso portami un argomento, una ragione, ed io questo cular desio discaccerò dal cor.{mospagebreak} Pipuzzo < (Fra sé) > (Quali scosse son queste per la coscienza mia! Io a poco a poco comincio a vacillar). E ben si voglia lecito un tale eccesso, ma una legge poi ei non si fa per obbligar pur noi? Padre Siccia Ecco la legge: io già ti ho colto in punto che non puoi replicar. Dell’amicizia legge più santa e giusta forse si dà? Si può trovar nel mondo vincolo più tenace della vera amistà? Questa ti astringe questa lo vuol, che le dirai? Pipuzzo Le dico che non è buggiarone un vero amico. Padre Siccia E ancora insisti, e ancora vuoi farmi spasimar? D’onde in te nasce cotanta crudeltà? Libico serpe o pur nimeo leone tua madre ingravidò? O tigre ircana? Non è gran fatto al fine se compiaci un amico che ti serve fedel; che i giorni suoi sagrifica con te; che per te solo patria, amici, parenti non cura, non distingue e non rispetta. Ho tutti abbandonato per unirmi con te; l’odio di tutti per te son divenuto, ed or… barbaro fato! Che più mi resta? Oimè! Son disperato. (s’alza){mospagebreak} Pipuzzo Sedete, così presto Vi scaldate? Padre Siccia E forse non mi scaldo a ragion? Per tutto io servo, per tutto io vò, si tratta disfar la vita mia? Io non la curo. E poi se un frivolo dimando ridicolo piacer, tè, Padre Siccia, che l’ottenesti pur! Io per tutt’altro giovo, assisto, fatico, e sol per questo dunque son io mal buono? Dunque così ricompensato io sono? Pipuzzo Ah! Padre Siccia Tu sospiri? Forse di pietà sarà segno questo tuo sospirar? Pipuzzo Né di pietate è segno, né di amor. Il meritato del ciel supplicio io miro alla superbia mia, perciò sospiro. Qual tortorella audace spiegai tropp’alto il volo per evitar lo stuolo degli empii cacciator. Né vidi il mio periglio che per volar tant’alto mi diedi nell’artiglio del nibio rapitor.{mospagebreak} Padre Siccia Che ingratissimi sensi son questi, o figlio! Dunque il nibio io sono? Ah! Se così mi dici vuoi trafiggermi il cor. Ah! Se tu fossi dentro il mio petto per vederlo, ingrato, come avvampa per te, forse quell’alma sì rigida e severa si desterìa a pietà. Qual fallo è il mio, se tu sei bello, e la bellezza tua m’abbaglia, mi sorprende, e ad amarti mi tira? Son forse delinquente, se il genio, il mio costume, la debolezza mia mi trascinano a te? È mia la colpa se tu porti nel cul sì bella polpa? Aggiungi a questo ancor l’innata al culo mia gran proclività; dei tempi andati il critico tenor; le ardenti brame che mi apporta il digiun; l’averne al fianco la ria tentazion; tu bello, ed io tutto genio per te, tutto grato e fino, tu per me tutto amore, io buggiaron di cuore. Colla preda alle mani, col boccon sulle labbra, con te… Eh via spietato vuoi ch’io sia di macigno, un tronco, un marmo senza carnalità? Saresti, dimmi, inflessibile ancor? Non ti sei reso? Taci, e mi guardi ancor? < (Fra sé) > (il pesce è preso).{mospagebreak} Su su non ti arrestar; brevi momenti saranno, il tempo, il luogo cospirano con noi. Siam soli; ah vieni, vieni, mostrami alfine l’illibato tuo cul! Che tardi? Eh via sciogli, sciogliti il laccio, anima mia. Non ti spaventi, o figlio, del cazzo il grande artiglio, ricordati che sei in man d’un professor. Pipuzzo Ecco disciolto il laccio, il cul senz’altro impaccio, ma sol pavento… Oh Dio! che affanno, che rossor! Padre Siccia Calati, o mio bel Nume, e lascia a questo cazzo di quel tondino implume le crespe discrepar. Pipuzzo Ahi! Padre Siccia Se cominci adesso… Lascia ch’io l’introduco.{mospagebreak} Pipuzzo Se non è questo il buco. Padre Siccia Ho traveduto è ver. Pipuzzo Deh più leggiero il moto. Padre Siccia Il mio mestier mi è noto. Pipuzzo Mettete, aimè, saliva. Padre Siccia Zitto, il parlar mi priva… mi scema il gran piacer. Pipuzzo Ahi che dolore! Io manco. Padre Siccia Il cazzo entrò sì franco e tu ti lagni ancor? Pipuzzo Ahi… Padre Siccia Non temere. Pipuzzo Io moro Padre Siccia Lasciami, o mio tesoro, lasciami cazziar. Pipuzzo Ah che fatal momento! Padre Siccia Che dolce e bel contento! Pipuzzo Che rabbia, o Dei, che noia! Padre Siccia Ah che piacer, che gioja! Pipuzzo Affanno più tiranno io non provai finora. Padre Siccia Ah di dolcezza ancora io manco, e di piacer. Padre Siccia e Pipuzzo Su venite, o Bardassoni, se volete co’ coglioni tutto il cazzo in culo aver. Comments (0) |


